Ciclofficina

Da "La linea e il ciclo. Apocalissi quotidiane" by Noiselle
scheggenellacarne.blogspot.it

Anche oggi arrivano i pazienti.

Si è appena tirata su la serranda in ferro e già alcune persone occupano a caso i rispettivi lettini operatori. Dopo aver adagiato il malato incidentato consumato dall'usura, dalla vecchiaia come capita, si prova a riportare in vita il moribondo.

Per qualcuno è sufficiente qualche rattoppo frettoloso secondo la logica del "basta che cammini", del "tirare a campare" ancora per un po'. Per altri, i più coinvolti e curiosi, si tratta di ridonare nuova dignità funzionale, estetica al proprio mezzo.

Non solo.

La ciclofficina, nonostante il nome dichiari apertamente la vocazione di officina per biciclette è qualcosa di più indefinito, di primordiale. Se ci si lascia catturare dal vortice caotico lì presente, diviene il luogo per sperimentare nuove emozioni, per concepire incontri imprevisti. Una fucina arcana di possibilità dove la bicicletta rimane sullo sfondo, un pretesto per vivere altro, per assaporare nuove sensazioni, per essere parte di qualcosa di difficilmente spiegabile.

È come partecipare a un rito tribale.

Fondamentale diviene abbandonare i propri abiti usuali per denudarsi fino in fondo. Allora si potrà entrare purificati nella vasca battesimale, nel fuoco iniziatico per partecipare della nuova dimensione esistenziale e spirituale.

Se vale la metafora dell'acqua, sarebbe più appropriato associare la ciclofficina a una palude melmosa affatto rassicurante.

Per chi viene per la prima volta lo choc dovuto allo scarto con il mondo fuori è abissale. Abituati a parametri igienico sanitari moderni sembra piuttosto di entrare in un vecchio lazzaretto fetido. Vedi rottami di biciclette dappertutto nonostante ogni volta si provi a ordinarli secondo un criterio minimo di funzionalità. Il caos vince sempre. Ogni tentativo di razionalizzazione viene inesorabilmente sopraffatto. È questa la legge non scritta della ciclofficina.

Oltre al disordine imputabile all'incuria umana, è anche uno spazio liminare tra il rigore cittadino e la natura selvaggia. Un luogo di mezzo indefinito dove cultura e natura si mettono in gioco per sperimentare nuove forme primordiali di vita. Spesso invece sono le vecchie a doversi adattare al nuovo ambiente degradato non senza incrementarne a loro volta il valore entropico.

Piccioni randagi hanno nel frattempo messo casa. Poggiati su decrepiti piloni di cemento armato del vecchio mercato ortofrutticolo corrosi dall'umidità, dalla muffa non disdegnano di segnalare con messaggi espliciti la loro presenza. Più spesso si divertono a dipingere la superficie del tavolo di lavoro verde formica con spruzzi bianchi come novelli Pollock. Perché poi proprio lì? Sul nostro posto preferito per rivitalizzare i cadaveri a due ruote. Come se a nostra insaputa dessero luogo a una ciclofficina segreta una volta usciti tutti gli umani.

In fondo i loro residui non sono poi tanto differenti dagli scarti dei frequentatori a due ruote. Lattine di birra schiacciate, pezzi di bicicletta di ogni tipo e dimensione sparsi come l'acqua santa. Dappertutto. Dove volgi lo sguardo puoi scoprire qualcosa. Una sfera del movimento centrale, una guaina dei freni, un pedale storto, un raggio inutilizzabile, un nipple. Se ti va bene, puoi anche trovare tra tanto materiale disseminato qua e là una sella vecchio stile o una ruota da corsa di ottima fattura.

Avendo di fronte un muro di oggetti informe e rumoroso, solo i più bravi interpreti riescono a decifrare i segni apparentemente insignificanti, a cogliere differenze, valori utili. Per districarsi agevolmente in tale foresta caotica apparentemente amorfa, spesso occorrono anni di pratica, una sensibilità non comune, ancor prima una curiosità smisurata.

Superato l'impatto si paventa un nuovo ordine di problemi. Già dopo pochi minuti di apertura quasi si fosse alle poste o in un grande ipermercato metropolitano, una marea di persone con il malato appresso si riversa nell'angusta sala operatoria. Ognuno è intento a ricercare il luogo migliore per prodigarsi nelle cure. Tutti gli spazi a disposizione vengono occupati compresi i normali corridoi di circolazione. Il contatto con il vicino è all'ordine del giorno. Ci si tocca, ci si ostacola a vicenda nella più completa indifferenza e bonarietà. Come fosse del tutto naturale. Allora ci si ferma un attimo. Dopo aver ripreso l'equilibrio perduto si continua tenacemente a andare avanti con il lavoro.

Bisturi!

Bisturi!

C'è un caso urgente...

Ma il bisturi non arriva.

I mezzi a disposizione della ciclofficina sono del tutto insufficienti a soddisfare la domanda.

I più intraprendenti si mettono alla caccia dello strumento.

È una questione di vita o di morte.

Una volta intravisto ci si piomba come un falco.

Nel modo più gentile possibile se ne appropria.

Quando ciò non è fattibile ci si affida ai mezzi di fortuna lì a disposizione. Non senza dare spazio alla propria creatività. Spesso con risultati sconcertanti del tutto imprevedibili. Può capitare di vedere una bici poggiata sul trespolo a testa in giù come non avresti mai immaginato. Eppure il tutto è funzionale, nessuno dice nulla.

Normalmente le persone presenti non hanno mai messo mano sul mezzo così sono costrette a improvvisarsi come meccanici occasionali. In tali frangenti sembra di assistere a scene di soldati volontari mandati allo sbaraglio contro un nemico invisibile.

Fortunatamente non tutti ci lasciano le penne.

La maggior parte riesce a portare a termine la propria missione.

Solo bisogna armarsi di santa pazienza e umiltà.

Stando tutti nella stessa barca viene naturale la solidarietà reciproca.

Ei... come si avvitano i coni delle ruote?

Ho una ruota storta...

È possibile raddrizzarla?

All'inizio chi veniva in ciclo pensava di essere assistito direttamente da valenti chirurghi. Bastava affidare loro il paziente, attendere con fiducia in sala d'aspetto per vedersi riconsegnare tra le mani il mezzo di nuovo attrezzato per affrontare le insidie quotidiane.

Ma qui non funziona così. Per rianimare la propria bici occorre cimentarsi direttamente con i problemi contingenti, sporcarsi le mani. Solo così è possibile carpire in profondità la logica dei meccanismi necessari per far camminare silenziosamente la bici ancora una volta.

Non si delega a nessuno.

Ognuno è responsabile del proprio mezzo.

In ogni caso occorre lasciarsi immergere totalmente in tale dimensione, addentrarsi fiduciosi senza pregiudizi.

Alla fine qualcosa succede.

Dopo l'iniziale buio, l'immancabile confusione se non ci si lascia vincere dal panico, dall'angoscia, dal vuoto, da sentimenti di impotenza destrutturanti, in fondo al tunnel una lumicina alla fine si accende. Il sole anche di notte. L'ultima luce residuale ancora possibile.

Allora scatta qualcosa. Le tessere del puzzle oramai sul punto di essere scaraventate via disperatamente cominciano miracolosamente a incastrarsi. Piano piano emerge il codice necessario per dare senso al tutto in modo funzionale. Il consiglio del vicino, gli interrogativi sorti nei precedenti tentativi falliti, l'aiuto diretto di qualche samaritano pronto a sorreggerti anche durante la terza fatale caduta danno i frutti insperati. Dopo ore di tentativi a vuoto si imbocca la strada giusta. Alla fine i conti tornano.

In questi frangenti la soddisfazione diventa impagabile quasi si stesse toccando il cielo con un dito. Di colpo tutti i ricordi spiacevoli dovuti agli insuccessi spariscono. Ricompare il sorriso, gli occhi cominciano a brillare di nuovo. Allora, non prima di un profondo respiro a pieni polmoni, ci si rituffa nel giochetto con lo stesso entusiasmo di un bambino.

D'un tratto ti viene la battuta facile, si scherza.

Qualcuno tira fuori una bottiglia di vino.

Appare del pane fatto in casa.

Inizia la festa, la condivisione spontanea.

Si comincia a dialogare, a conoscere il proprio vicino.

Il tutto diventa contagioso.

Anche quando si sono concluse le operazioni si rimane lì per narrare le proprie gesta, le difficoltà sostenute. Confrontandole con quelle del vicino anch'esso alle prime armi.

Pian piano la gente sfolla.

Il buio è oramai sceso non prima di aver restituito nel cielo terso di primavera una luce crepuscolare intensa, variegata di sfumature. Segno della potenza sublime, misteriosa della natura.

È ora di chiudere.

Dopo aver riposto gli attrezzi immancabilmente abbandonati un po' da tutte le parti, tolti gli ostacoli più ingombranti si spegne l'interruttore, si tira giù la serranda.

Il micromondo emerso da tale caos si sospende fino alla prossima apertura non senza attesa e trepidazione.