Qui si può toccare. Uno spazio poco illuminato che invita a fare esperienza con i sensi, a scendere nella caverna, nel sottosuolo interiore dove creature residue e dimenticate aspettano di essere animate e scoperte per agire un immaginario. Quello del Babau in quanto paura delle paure, la sua indefinitezza arcaica e primitiva che si trasforma e attraversa età e generazioni. Ogni materia immaginata è immediatamente l’immagine di un’ intimità.
Buio è assenza di luce, luce è tante cose e assenza di buio. Buio è tante cose. C’è un buio per ognuno, com’è fatto il mio buio? E il tuo? Il buio sommerge, cela. Dal buio si viene alla luce. Come sondare l’insondabile?
Come addentrarsi nell’intimità del buio e scovare ciò che teniamo nascosto, anche a noi stessi?
Se nominiamo qualcosa, se riusciamo a percepirlo, dunque gli diamo presenza e forma con le parole che si traducono in immagine, significato nella nostra mente. Dunque è buio ciò che non riusciamo a nominare, ciò di cui non conosciamo i confini e a cui non sappiamo dare un nome.
C’è un sentire buio? Una zona liminale, che proviamo nel corpo, che sentiamo intorno e dentro, che assomiglia al vuoto e che è buio finchè non ci riponiamo attenzione per poi riempirlo con un senso, un aspetto che per noi risuona con la nostra idea di buio? Buio è vuoto?
Buio fa paura?
Il buio cambia in misura di ciò che riusciamo a immaginare.
E’ nel buio della notte custode dei nostri segreti che si annida il Babau. Il Babau ovvero la bestia che abita l’oscurità, la paura delle paure arcaica e primordiale. Recondita creatura poliforme e indefinita, lo spauracchio dell’infanzia, la stonatura che si nasconde tra le cose note e increspa la familiarità, il punto in cui si sente uno spostamento dal proprio asse verso l’ignoto, lo sconosciuto che fa paura.
Il Babau è un mostro che si muove perché agìto da un immaginario…..ma come ogni immaginario si trasforma quando lo tocchiamo.
“Se non fai il bravo viene il Babau e ti porta via” si diceva ai bambini e nelle campagne non c’era “veglia” senza spaventosi racconti. Vale lo stesso per il terzo cipresso del cimitero, per ogni angolo buio di borghi e case coloniche, la casa della vedova o peggio della strega. E’ dietro quell’angolo non illuminato che si nasconde l’Uomo nero o viceversa l’Homo blanco. E’ risaputo che nella pancia del diavolo è sempre buio. Siamo la progenie di una favola contadina che sta al diavolo come Cappuccetto rosso a Lupo. Va anche detto che le favole di un tempo non svaniscono con l’età adulta ma ci accompagnano per tutta la vita e, come le migliori superstizioni, abitano intere generazioni. L’utilizzo della paura come strumento di controllo di massa non è certo un'invenzione recente, ma permette oggi l’istituzione di enormi laboratori a cielo aperto. Molto spesso la cultura dominante e menzognera ivi istalla delle invalicabili colonne d’ercole, errori pedagogici di tutti i tempi, in cui l’adorazione del limite come irreggimentazione della curiosità esclude a priori la possibilità di scendere a patti con la paura.
Dunque come mutano e che sembianze hanno oggi i nostri Babau? E come familiarizzare con le nostre paure per addomesticarle, riconoscerle e depotenziarle? Soltanto i Babau ci possono accompagnare su questi sentieri di montagna poiché sono in verità la miscela perfetta di fascino, timore e adorazione liminale …. è il momento in cui la paura stessa ti si posa accanto e ti prende per mano.
Perché la marionetta? Per la sua capacità di farsi tramite, strumento archetipico e simbolico capace di creare nuovi miti e accendere l’incanto. Che sia un rituale magico o il gioco puro, infondere vita all’inanimato e svelare l’anima delle cose, la vita residua che è in loro. Perché una marionetta che sia anche “tattile” ?
Questa è la sfida che muove la ricerca nel suo divenire. Il “tatto” come veicolo dell’immaginazione. Le superfici, i dettagli, le forme, come anche il peso, il dondolio, l’equilibrio, per sondare l’intimità della materia… poiché l’immaginazione non è altro che il soggetto trasferito nelle cose. Vuole essere un invito paritario ad agire un racconto, a rallentare, a sbrinare la ripetizione per rientrare nel mondo sensibile, che abbia come tessitura la scoperta di possibili linguaggi e come narrazione il linguaggio stesso. Agire il dettaglio come fosse animare il riposo. Come in una notte accadranno molte cose contemporaneamente, in questo buio abbiamo l’opportunità anche di non vedere, di abitare uno stimolo alla volta, al riparo dalle insegne luminose e dai visual bombing. Al buio l’immaginazione è più viva, si sospende la gerarchia della visione e si attiva il pensiero analogico, l’intuizione. Non è un topos quantitativo ma qualitativo. Può essere una scoperta paziente o un incontro distratto. L’unico piano comune è la paura, come nel mondo là fuori.
Alessandra Stefanini